Nella
classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters
sans Frontieres l'Italia è
scesa al settantasettesimo posto dal settantatreesimo occupato nel
2015.
L'aumento
del numero dei giornalisti messi sotto protezione dalla polizia, la
sempre più evidente concentrazione delle proprietà editoriali, i
procedimenti giudiziari di querele strumentali e le conseguenti
autocensure probabilmente contribuiscono ad accomunarci al Benin,
alla Guinea Bissau e alla Moldova.
Credo
poi che il nostro sistema di finanziamento pubblico dell'informazione
sia un altro fattore che condiziona pesantemente questo report; con i
meccanismi perversi con cui vengono erogati questi fondi i grandi
gruppi e le pubblicazioni di partito vengono finanziati con cifre
notevoli e con una preoccupante influenza diretta del governo in
carica sulle linee editoriali.
Non
vi aspettate che il vostro giornale di quartiere, la vostra radio di
tendenza o il vostro sito internet d'informazione preferito possano
accedere a queste risorse – per strano che possa sembrare, soltanto
grandi gruppi (che potrebbero andare avanti anche autonomamente)
hanno accesso ai finanziamenti insieme ai giornali di partito che
invece senza aiuti chiuderebbero in pochi giorni.
La
storia dell'Unità illustra in pieno la situazione – per
sopravvivere il quotidiano è diventato l'organo ufficiale del PD
renziano pubblicando bufale e notizie false – il famoso giornalismo
2.0 – e orchestrando campagne di disinformazione mirata degne della
Pravda anni '50. Il giornale fondato da Gramsci ora è una raccolta
di veline, gossip e panzane, rispettosissimo e ossequioso con il
capo.
In
un paese libero la libertà di espressione dovrebbe essere
fondamentale e il suo indice dovrebbe migliorare e non peggiorare
come ora; quello che hanno scritto i cinquanta giornalisti sotto
scorta andrebbe divulgato e non ignorato – la lotta alla corruzione
e all'illegalità inizia da qui, tutto il resto non conta.
Purtroppo
il codice Rocco è stato sostituito da una legge altrettanto
antidemocratica che tramite i finanziamenti, di fatto chiude
l'accesso alla divulgazione di tutto quello che è inviso
all'establishment. Anche
internet non si sottrae a queste regole: i continui tentativi di
regolamentarla/censurarla e i gruppi che fanno disinformazione la
rendono spesso simile agli organi di informazione tradizionale se non
peggiore.
Dalla
classifica di Reporters sans Frontieres sembra che la libertà di
espressione non sia una prerogativa dei paesi economicamente avanzati
ma dei paesi dove l'informazione riesce ad essere indipendente e dove
non ci sono paure o costrizioni a condizionare chi fa informazione.
Un
altro fattore da tenere in considerazione è che qui da noi ci si
informa poco, non acquistiamo giornali, leggiamo poco e ancora oggi
l'informazione televisiva generalista è la principale fonte di
informazione – ricordo i versi di “Quelli che” una canzone del
grande Enzo Jannacci - “l’ha
detto il telegiornale oh yeah!” che
chiariscono la situazione dell'informazione meglio di un saggio o di
tutti gli articoli scritti sull'argomento.
Se
non sentiamo il bisogno di una informazione libera probabilmente non
la avremo mai.








