venerdì 8 dicembre 2017

Medioevo prossimo venturo


In questi giorni, leggendo i giornali e girando sui social sembra di vivere in un nuovo medioevo. Cose come il servizio sull’esperimento Sox fatto dalle Iene e tutti i post e le reazioni che lo hanno seguito, mi fanno credere che stiamo veramente assistendo ad pauroso regredire della conoscenza e della cultura – con un colossale passo indietro verso l’irrazionalità e l’ignoranza. 
Periodi come questi sono stati assai frequenti nella storia  di tutte le civiltà. Popoli assai avanzati hanno ceduto il posto a culture assai meno sviluppate e conoscenze e cognizioni scientifiche hanno spesso lasciato il posto a credenze e superstizioni – non sempre il passare del tempo è stato indice di miglioramenti culturali e materiali. Probabilmente nell’Italia dell’anno mille un malato sarebbe stato curato peggio che nell’Egitto di tremila anni fa, e per inciso, per come sta funzionando il nostro sistema sanitario torneremo presto anche noi ai secoli bui.
Dobbiamo rassegnarci – probabilmente stiamo vivendo uno di questi periodi e l’idea che il futuro debba  necessariamente essere più bello e che la vita debba essere sempre più facile si scontra quasi sempre con la realtà con la storia e oggi anche con l’economia.
La mia generazione, quella del boom, ha sempre pensato di vivere meglio di quelle precedenti ed è sempre stata convinta che tutto questo poteva essere vero per le generazioni successive. Oggi forse per la prima volta, qui da noi i figli avranno meno opportunità e meno mezzi economici dei padri o dei nonni – e sembra che la stessa cosa stia succedendo alla scienza, all’informazione e alla scuola. Nonostante internet (o forse proprio a causa di questa) e nonostante la migliori possibilità di accedere alla conoscenza e al sapere quasi in tempo reale, sta arrivando una nuova era oscura dove il passaparola, le opinioni non suffragate dai fatti e il sentito dire sostituiscono studi e ricerche serie e dove è facile improvvisarsi esperti qualificati in qualsiasi campo. Viviamo con il cellulare attaccato all’orecchio ma ci preoccupiamo della “radioattività” che potrebbe essere generata da un esperimento che pochi capiscono. Viviamo in posti sempre più inquinati e non abbiamo nessun potere di verifica o di controllo su quello che mangiamo ma poi crediamo che con il limone o con il bicarbonato si possa curare il cancro o crediamo nei poteri della omeopatia.
Che cos’è che ci distingue dai servi della gleba medioevali? In cosa siamo più avanzati e in cosa siamo più istruiti? 
Siti internet hanno accumulato fortune propagandando complotti immaginari, pubblicizzando cure miracolose per tutti i mali o parlando di energie misteriose, di moto perpetuo e di altre panzane – molti credono che lo sbarco sulla luna non sia mai avvenuto e qualcuno negli USA crede che la terra sia piatta in buona compagnia con alcuni predicatori islamici non proprio avanzati e moderni.
Si parla sempre più spesso di fake-news ma chi si è proposto di combatterle ne fa uso quotidiano – ricordate “se perdo il referendum lascio la politica” o “investire in Monte Paschi ora è sicuro” e altre amenità del genere?

domenica 23 luglio 2017

Pensare con lentezza


Maryam Mirzakhani ci ha lasciato lo scorso 14 luglio. Professoressa di matematica a Stanford ha scritto alcune delle più belle pagine della matematica moderna. Il suo “pensare con lentezza” ha evitato sempre le ricerche più alla moda e i luoghi comuni purtroppo sempre presenti nelle carriere accademiche di oggi e ha compiuto dei passi importanti nella comprensione e nello sviluppo di teorie come quelle inerenti alle superfici di Riemann. A quarant’anni era diventata un punto di riferimento della matematica moderna.
Quello che mi ha sempre colpito del lavoro di Maryam Mirzakhani è stato il modo di procedere – con argomenti e abilità non comuni ha affrontato problemi con una caparbietà e con una determinazione notevoli nella scienza teorica anche quando gli scopi e i fini dei suoi lavori non erano immediatamente chiari. Nel 2014 la medaglia Fields, il più alto riconoscimento che un matematico possa ricevere (una sorta di Nobel per la matematica) - ha riconosciuto l’importanza dei suoi lavori e per inciso è stata assegnata per la prima volta ad una donna. Durante il liceo e l’università frequentati a Teheran, Maryam si era già segnalata per i suoi studi e per il suo modo di fare ricerca e nel 1995, da semplice studentessa ottenne il punteggio più alto alle Olimpiadi della matematica – 42 su 42.

Oggi in molte università la ricerca pura non sempre viene sempre incoraggiata come dovrebbe; potere economico, desiderio di prevalere, carriere e facile accesso ai fondi stanziati per le ricerche, hanno in un certo senso “addomesticato” e ridotto curiosità e mordente di molti scienziati. I politici di solito non hanno percezione degli obiettivi della ricerca pura e preferiscono investire risorse su traguardi facilmente comprensibili e rivendibili. Applicazioni direttamente rivendibili e ricerche applicate a problemi tecnologici spiccioli costituiscono la maggioranza delle attività delle università. Questo ci sta lentamente portando in un nuovo medio evo – oggi probabilmente anche Niels Bohr, Alan Turing o Richard Feynman avrebbero difficoltà ad avere una cattedra e a poter lavorare in una università.

domenica 14 maggio 2017

Hacker




L’attacco ransomware avvenuto in questi giorni sembrerebbe aver colpito duecentotrentamila computer in tutto il mondo. Aziende come Renault, Telefonica, FedEx, istituzioni statali, scuole e università sono state pesantemente interessate dall’infezione di WannaCry – un malware che cripta i dati e richiede un riscatto in bitcoin per sbloccare la macchina infetta.
Sfruttando una vulnerabilità già nota nei sistemi Windows, il malware ha bloccato ospedali, università e reti di trasporto oltre ad un numero imprecisato di computer privati.
Il bello è che Microsoft aveva già provveduto a correggere questa falla di sicurezza a marzo scorso con un aggiornamento - la patch MS17-010 - che evidentemente non tutti hanno scaricato ed eseguito.
Analizzando il modus operandi di un attacco tipo appare evidente che negligenza, trascuratezza e assenza di misure di sicurezza sono i motivi che permettono il rapido propagarsi del malware; aziende e istituzioni con strutture informatiche datate e sistemi operativi obsoleti, senza nessun piano sistematico di gestione degli aggiornamenti e della sicurezza, sono state le prime prede degli hacker.
La gestione al minimo ribasso delle risorse it – fattore comune in molte realtà – come già successo in passato, è stata la principale alleata degli hacker.
Un copione già visto.
A Milano nell’ateneo della Bicocca, sono stati infettati alcuni computer usati dagli studenti. Sembrerebbe fortunatamente che i computer interessati non siano mai stati collegati al database dell’università e che i dati delle facoltà non sono quindi stati compromessi.
In Inghilterra molte delle strutture del sistema sanitario nazionale sono state attaccate da WannaCry. Secondo l’autorevole British Medical Journal il 90% dei computer del sistema sanitario usa ancora XP e le risorse destinate alla sicurezza informatica sono sempre più esigue a causa di tagli di bilancio.
In molte aziende computer non aggiornati hanno causato blocchi catastrofici e l’assenza di backup regolari, danni non facilmente calcolabili.
Da molti anni mi occupo professionalmente di networking e ho constatato diverse volte che i problemi inerenti alla sicurezza delle comunicazioni e dei dati sono visti come una inutile rottura di scatole e come una perdita di soldi e di tempo.
In genere l’installazione di un firewall o di applicazioni di sicurezza o l’attuazione di un piano regolare di backup sono ancora percepiti come uno spreco di risorse fino a quando non si presentano problemi catastrofici.
Il discorso è abbastanza complesso; dobbiamo tener presente che la digitalizzazione ha trasferito informazioni e dati sensibili dalla carta alle reti di computer. I vantaggi di un rapido accesso ai dati e di una migliore distribuzione degli stessi sono evidenti ma dobbiamo considerare alcuni punti chiave che caratterizzano questo scenario:

  • il primo è che i dispositivi che processano i nostri dati possono non funzionare correttamente o si possono banalmente rompere. Se dati e informazioni non sono salvati regolarmente da qualche parte è sufficiente un blackout o un guasto per perderli definitivamente. Sembra banale ma i backup regolari vengono fatti di solito quando si sono già verificate perdite catastrofiche. Detesto le frasi fatte ma l’esigenza dei backup spesso è sentita solo quando i buoi sono scappati.
  • Il secondo punto è che spesso non c’è protezione nell’accesso ai dati. Una volta che questi sono inseriti in un sistema informatico possono essere visti da chiunque se il sistema non garantisce accessi controllati e sicuri – cosa tutt’altro che scontata.
  • Il terzo punto da considerare è che in molti ambiti, dati e informazioni aziendali sono disponibili su terminali mobili come smartphone, tablet ecc. Mail, documenti, informazioni riservate, accessi alle reti aziendali possono essere facilmente aggrediti perché distribuiti senza particolari protezioni a tutti gli utenti.
  • Il quarto punto non è immediatamente comprensibile ma è importantissimo. Un sistema non aggiornato, oltre ad essere oggetto di facili attacchi dall’esterno, prima o poi diventerà obsoleto e l’obsolescenza sarà direttamente proporzionale alla mancanza di aggiornamenti. Avete mai provato a leggere file da vecchi floppy-disk o a stampare documenti scritti con vecchi word-processor? Molte aziende all’improvviso si sono rese conto che i loro dati e i loro documenti non potevano più essere letti da sistemi moderni e hanno dovuto investire tempo e risorse per non rischiare di perderli affrontando job di proporzioni epiche in poco tempo quando sarebbe stato sufficiente pensarci prima passando a formati di archiviazione “aperti” ed eseguendo periodicamente aggiornamenti dei software.

Sembra che investire nella sicurezza dei sistemi sia l’ultima preoccupazione in molte attività – dell’argomento è probabile che se ne riparli solo dopo il prossimo attacco hacker.




Se non lo avete ancora fatto e avete un computer windows date un’occhiata a questo link e aggiornate seguendo le istruzioni ...

sabato 4 febbraio 2017

Ciao Antonio!


Qualche giorno fa ci ha lasciato Antonio Cantaro. Professore dell’istituto Majorana di Gela, da anni era diventato un punto di riferimento per la divulgazione della filosofia open-source ed è stato quello che ha fatto conoscere linux a scuola; un sistema creato da hacker che con i suoi consigli e le sue lezioni è diventato alla portata di tutti.
Molti hanno seguito le sue guide e i suoi insegnamenti e hanno imparato.
Non saprei dire di più – Antonio per me è stato il “professore” per antonomasia – è stato tutto quello che un insegnante dovrebbe essere e nonostante quello che è diventato il sistema scolastico oggi, un punto di riferimento per molti.

Ciao Antonio, averti conosciuto è stato un privilegio.

sabato 7 gennaio 2017

Katherine Johnson



Sono sempre stato appassionato dalla conquista dello spazio e ho sempre seguito le tutte le missioni dal programma Gemini in poi. Anche quando i lanci sembravano diventati una routine cercavo informazioni sui giornali per capirne di più e ora con internet li seguo sempre più accanitamente.
Confesso di essere anche un fan sfegatato di fantascienza e quest’interesse mi ha spinto a cercare di conoscere anche gli scienziati e le figure di rilievo che con il loro lavoro e le loro intuizioni hanno permesso le esplorazioni spaziali.
Nel 2015 il presidente Obama ha insignito con una Medal of Freedom una donna di colore, Katherine Johnson per i suoi meriti nel campo astronautico e nella ricerca spaziale.
La sua storia merita di essere raccontata – quella di un’insegnante di matematica che alla Nasa ebbe accesso a uno dei compiti più delicati: il calcolo delle rotte delle navicelle spaziali delle prime missioni americane con uomini a bordo. Verificò i calcoli del lancio di Alan Shepard – il primo americano nello spazio - e John Glenn mise come condizione irrinunciabile del suo volo che le verifiche e il controllo dei calcoli di rotta fossero eseguiti da Katherine.
Di lei si è sempre parlato poco, non ha avuto la notorietà di altri scienziati e tecnici della Nasa e pochi sanno chi è e che cosa ha fatto.
Nata in West Virginia nel 1918 è stata tra le prime donne di colore ad accedere prima al college a 15 anni e poi all’università dove nel 1937 si laureò “summa cum laude” in matematica e francese. La sua famiglia l’incoraggiò pur non avendo grandi mezzi e quando frequentò l’università si trasferì vicino al campus per seguirla ed incoraggiarla.
Nell’America di quegli anni sembrò che la sua carriera dovesse finire come insegnante in qualche college per gente di colore quando la National Advisory Committee for Aeronautics – un ente di ricerca che poi sarebbe diventato la Nasa – iniziò a cercare tecnici, scienziati, ingegneri senza le preclusioni e le barriere razziali comuni in quel periodo.
Katherine Johnson entrò a far parte di un gruppo di lavoro all’epoca quasi esclusivamente maschile, che si occupava di ricerche aeronautiche e aerospaziali.
La sfida di quei tempi era quella di mettere su sistemi di calcolo usando i primi computer; con la supervisione di numerosi matematici tra cui Dorothy Vaughan (la prima scienziata di colore assunta alla Nasa) venne creato un sistema che permetteva modifiche rapide ed elasticità nelle procedure di missione.
All’inizio le abilità di Katherine Johnson vennero impiegate per il controllo dei calcoli ma in breve tempo le sue capacità le consentirono di studiare i problemi inerenti le finestre di lancio, i calcoli che permettevano rendez-vous tra veicoli spaziali e le traiettorie di rientro.
La sua abilità nei calcoli di volo e il suo intuito divennero leggendari e apprezzati da tutti i team coinvolti nell’avventura spaziale. Partecipò a quasi tutte le missioni più importanti e durante quella di Apollo 13 contribuì ad elaborare la rotta che permise all’equipaggio di tornare a terra in sicurezza nonostante i problemi causati dall’esplosione di un serbatoio. Partecipò anche alle prime missioni Shuttle e prima di ritirarsi contribuì ad elaborare le linee guida di quello che sarà il prossimo viaggio su Marte.




Attribuzione foto:

Foto NASA; restaurata da Adam Cuerden 
http://www.nasa.gov/sites/default/files/thumbnails/image/1966-l-06717.jpeg, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47431407