domenica 24 aprile 2016

Informazione



Nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontieres l'Italia è scesa al settantasettesimo posto dal settantatreesimo occupato nel 2015.
L'aumento del numero dei giornalisti messi sotto protezione dalla polizia, la sempre più evidente concentrazione delle proprietà editoriali, i procedimenti giudiziari di querele strumentali e le conseguenti autocensure probabilmente contribuiscono ad accomunarci al Benin, alla Guinea Bissau e alla Moldova.
Credo poi che il nostro sistema di finanziamento pubblico dell'informazione sia un altro fattore che condiziona pesantemente questo report; con i meccanismi perversi con cui vengono erogati questi fondi i grandi gruppi e le pubblicazioni di partito vengono finanziati con cifre notevoli e con una preoccupante influenza diretta del governo in carica sulle linee editoriali.
Non vi aspettate che il vostro giornale di quartiere, la vostra radio di tendenza o il vostro sito internet d'informazione preferito possano accedere a queste risorse – per strano che possa sembrare, soltanto grandi gruppi (che potrebbero andare avanti anche autonomamente) hanno accesso ai finanziamenti insieme ai giornali di partito che invece senza aiuti chiuderebbero in pochi giorni.
La storia dell'Unità illustra in pieno la situazione – per sopravvivere il quotidiano è diventato l'organo ufficiale del PD renziano pubblicando bufale e notizie false – il famoso giornalismo 2.0 – e orchestrando campagne di disinformazione mirata degne della Pravda anni '50. Il giornale fondato da Gramsci ora è una raccolta di veline, gossip e panzane, rispettosissimo e ossequioso con il capo.
In un paese libero la libertà di espressione dovrebbe essere fondamentale e il suo indice dovrebbe migliorare e non peggiorare come ora; quello che hanno scritto i cinquanta giornalisti sotto scorta andrebbe divulgato e non ignorato – la lotta alla corruzione e all'illegalità inizia da qui, tutto il resto non conta.
Purtroppo il codice Rocco è stato sostituito da una legge altrettanto antidemocratica che tramite i finanziamenti, di fatto chiude l'accesso alla divulgazione di tutto quello che è inviso all'establishment. Anche internet non si sottrae a queste regole: i continui tentativi di regolamentarla/censurarla e i gruppi che fanno disinformazione la rendono spesso simile agli organi di informazione tradizionale se non peggiore.
Dalla classifica di Reporters sans Frontieres sembra che la libertà di espressione non sia una prerogativa dei paesi economicamente avanzati ma dei paesi dove l'informazione riesce ad essere indipendente e dove non ci sono paure o costrizioni a condizionare chi fa informazione.
Un altro fattore da tenere in considerazione è che qui da noi ci si informa poco, non acquistiamo giornali, leggiamo poco e ancora oggi l'informazione televisiva generalista è la principale fonte di informazione – ricordo i versi di “Quelli che” una canzone del grande Enzo Jannacci - “l’ha detto il telegiornale oh yeah!” che chiariscono la situazione dell'informazione meglio di un saggio o di tutti gli articoli scritti sull'argomento.
Se non sentiamo il bisogno di una informazione libera probabilmente non la avremo mai.