domenica 21 febbraio 2016

Istruzione



La goffa uscita della ministra Giannini che segnalava il gran numero di ricercatori italiani che avevano ottenuto fondi di ricerca europei ha fotografato impietosamente lo stato comatoso in cui versa l'università italiana e ci ha fatto capire in che conto viene tenuta l'istruzione dai nostri politici.
Sottosegretari che sanno a malapena scrivere in italiano, funzionari con diplomi presi per il rotto della cuffia, portaborse e cafoni delle varie segreterie di partito hanno partorito una politica dell'istruzione ignobile che ha portato il nostro paese nel medioevo.
Un dato dovrebbe essere evidente anche ai profani: nessun ricercatore europeo verrà qui da noi a realizzare i suoi progetti, nessuno studio finanziato sarà svolto nelle nostre università. Esportiamo cervelli e basta. Le nostre università sono conventicole chiuse gestite spesso su basi d'appartenenza familiare dove figli, mogli e parenti contribuiscono a chiudere al merito e alle capacità l'accesso alle risorse indispensabili allo studio e alla ricerca. Questo stato di cose ha prodotto un esodo delle nostre menti migliori e gli effetti sono sotto i nostri occhi, basta soltanto volerli vedere. La ricerca pubblica e privata in Italia sta scomparendo; l'industria oltre a de-localizzare la produzione, non fa più ricerca e sviluppo qui. I risultati sono evidenti – negli anni '60 avevamo almeno quattro industrie italiane che producevano semiconduttori, ora nessuna; uno dei primi computer a stato solido è stato prodotto da noi – adesso credo non ci sia più da anni alcuna produzione di rilievo nel settore.
Neanche tanto lentamente stiamo scomparendo superati da altri paesi che hanno dimostrato maggior considerazione. E' un fatto preoccupante ma del quale si parla poco nonostante gli effetti di questa politica dissennata siano evidenti.