giovedì 30 marzo 2023

Limiti

 


In Italia sembrerebbe ci siano oltre sei milioni di persone sotto la soglia di povertà e grosso modo nove-dieci milioni che vivono pericolosamente vicino a questo limite.

In tutto circa quindici milioni di persone sul filo del rasoio sempre più ai margini della società.

Per molti la perdita del lavoro, l'impossibilità di andare in pensione o di ricollocarsi è diventato un incubo e ha precipitato persone e famiglie “normali” nel baratro della povertà. Una bolletta troppo alta, la perdita del lavoro o una malattia grave hanno cambiato la vita di moltissime famiglie facendole precipitare nell'indigenza.

Famiglie con un tenore di vita normale per problemi come questi sono passate da una vita faticosa ma decente a fare la fila alla mensa della Caritas.

Le trasformazioni del mercato del lavoro poi hanno aumentato la precarietà di molte situazioni e diminuito i redditi percepiti senza aumentare l'occupazione reale. 

La riforma Fornero ha ingessato l'accesso al lavoro dei più giovani e ha creato centinaia di migliaia di casi scoraggianti – lavoratori troppo anziani per ricollocarsi e troppo giovani per andare in pensione.

Negli ultimi anni a causa della crisi migliaia di aziende hanno chiuso i battenti; per le piccole imprese non c'è stata neanche la percezione esatta di quello che è successo – silenziosamente sono scomparse nel nulla moltissime attività e realtà artigiane, negozi e piccole manifatture nella totale indifferenza dei media e senza alcun tipo di ammortizzatori sociali o di pubblicità.

In passato qui da noi, grandi gruppi industriali e finanziari hanno accumulato fortune che spesso sono andate a finire all'estero – investendo solitamente meno dello stretto necessario e uscendo fuori dal gioco quando la situazione iniziava a diventare critica.

Quelle che hanno contribuito maggiormente al nostro benessere sono state proprio le piccole realtà che adesso stanno soffrendo di più – basti pensare a tutte quelle legate al turismo e all'accoglienza, all'artigianato e alla moda, ai servizi, a quelle piccole imprese che hanno formato personale qualificatissimo e sono andate avanti sul territorio nonostante la burocrazia ottusa, le tasse esagerate e tutte le difficoltà tipiche del nostro paese. 

Le grandi industrie e i grandi gruppi hanno sempre reinvestito poco e niente dei loro guadagni pur beneficiando spesso di grandi quantità di aiuti e commesse statali e di una legislazione compiacente.

Fatte le debite proporzioni una piccola azienda subisce una pressione fiscale enorme e gode di ben pochi aiuti rispetto a realtà più grandi – l'esempio Fiat - ora Stellantis - è illuminante. 

Per anni la casa automobilistica torinese ha goduto di aiuti e leggi tagliate su misura operando spesso in regime di quasi monopolio; quando il gioco si è fatto duro sono partite le delocalizzazioni, le chiusure e i licenziamenti e ormai il marchio ha praticamente spostato le attività principali e potenzialmente più redditizie fuori dall'Italia.

Altro punto dolente è che gli introiti derivanti dal fisco vengono impiegati in modi fantasiosi, basti pensare al bilancio della difesa. Quando venne abolita la leva obbligatoria molti dissero che un esercito più piccolo e professionale avrebbe assorbito meno risorse e avrebbe pesato meno sul bilancio.

Così non è stato: abbiamo sommergibili oceanici, satelliti militari (!), stiamo partecipando all'acquisto di aerei F35 che non è ancora chiaro se e quando funzioneranno e a cosa serviranno. 

Le missioni all'estero e gli aiuti poi stanno assorbendo cifre folli perseguendo spesso politiche a noi sfavorevoli come accaduto in Libia, in Afghanistan o in Ucraina fatte solo per compiacere gli USA - i veri padroni del vapore.

Sembrerebbe che la difesa paghi 17 euro un rotolo di asciugatutto e che gran parte del bilancio dedicato ad essa in realtà assicuri la sopravvivenza di una vera e propria casta oligarchica privilegiata.

Per contro molte delle auto delle forze dell'ordine sono immobilizzate perché guaste, troppo vecchie o più prosaicamente perché senza benzina, alla faccia del “controllo capillare del territorio” tanto sbandierato da tutti nelle campagne elettorali.

Nelle cancellerie dei tribunali non è più possibile fare fotocopie e negli ospedali c'è una situazione da terzo mondo con pazienti sulle barelle del pronto soccorso per tre o quattro giorni prima del ricovero e personale insufficiente.

In una situazione politica praticamente senza una opposizione di rilievo, tra tweet e supercazzole sembra essere tornati agli anni trenta. 

Possibile che chi fa opposizione in parlamento ancora si perda in discorsi sul sesso degli angeli, tentennamenti, distinguo così sottili da essere incomprensibili e giri di parole da nonsense o da limerick?

Dopo aver aperto la porta a Renzi prima e poi a Draghi ora i nostri oppositori da operetta hanno messo il broncio e sembra non riescano a capire bene cosa fare.

Molti si stanno scatenando proponendo azioni su questioni già decise; ormai molti giochi sono fatti senza nessuna possibilità di trattativa – bastava pensarci prima ragazzi. 

Ora si parla di salario minimo o di retribuzioni o di sanità e di pensioni - argomenti che sono stati sistematicamente ignorati per anni proprio da chi doveva difenderli.

Credo che siamo arrivati a questo proprio per la distanza tra chi ci dovrebbe rappresentare e il mondo reale; quando li sento parlare mi domando sempre dove vivono, su che costellazione fanno la spesa e in che pianeta risiedano.

Altra caratteristica delle nostre opposizioni è la lentezza esasperante – tra precisazioni, prese di posizione e chiarimenti passano i mesi e anche le poche proposte valide perdono motivo di essere, superate dall'evolversi della vita-paese.

Poi ci meravigliamo dell'anti-politica, dell'astensionismo o dello scarso interesse per la cosa pubblica e magari ce la prendiamo con gli anarchici o con i centri sociali o con i rave.

Per come è finita questa opposizione non lamentiamoci - ci potevano capitare alba dorata, i nazisti dell'Illinois o peggio – altro che i rave.