domenica 17 gennaio 2016

Racconto



Per essere un aeroporto internazionale c'era ben poco movimento. Una trentina di persone si stavano registrando per un imbarco e molti dei negozi erano ancora chiusi. Nel bar erano sedute cinque o sei persone e fuori l'area dei taxi era desolatamente vuota.

Il mio volo era stato cancellato e avrei dovuto aspettare cinque o sei ore per sperare di ripartire verso casa; non c'era altro da fare che attendere ma mi accorsi di non avere portato con me neanche un libro e iniziavo a sentirmi perduto – nemmeno una sosta nell'area fumatori era riuscita a farmi passare il tempo più velocemente. 
Fuori aveva iniziato a nevicare e sembrava che il tempo si fosse fermato. 
Ero seduto vicino ai banchi d'imbarco cercando di capire il significato degli annunci che venivano emessi ogni due o tre minuti in lingue improbabili; quando sentii il mio nome – ero desiderato con urgenza ai controlli di sicurezza – fui quasi contento dell'imprevisto e mi diressi a razzo verso il posto di polizia.
Qui mi fecero aprire la valigia e esaminarono con cura tutto quello che c'era dentro scusandosi per l'accaduto e augurandomi buon viaggio e rimandandomi nel limbo dell'attesa.

Credo che non ci sia niente di più impersonale dei luoghi pensati per partire o per arrivare quando sei costretto a rimanerci per ore. L'inutilità dell'attesa ti estranea dal mondo e ti fa rimuginare su tutto e su tutti.
Uscire a fumare cercando di ripararsi dalla neve non si rivelò una soluzione al problema e neanche navigare su internet e leggere notizie che sembravano lontane e già vecchie faceva scorrere il tempo più velocemente. 

Ero seduto nell'area di sosta passeggeri cercando di ingannare il tempo quando arrivò un aiuto inatteso – un cane entrato solo dio sa come, si era messo a girare intorno alle poltrone come se cercasse qualcosa o qualcuno.
Devo dire due parole per spiegare che non ho mai capito perché animali, pazzi e bambini mi scelgono come interlocutore privilegiato anche se sono confuso in una folla - mi è sempre successo e ancora mi meraviglio. 

Il cane, una sorta di rottweiler non troppo grande, aveva due occhi quasi umani e iniziò ad avvicinarsi e a guardarmi con insistenza. Senza pensarci, appena mi si avvicinò gli carezzai la testa e come se niente fosse lui si sdraiò sui miei piedi. Dopo poco un poliziotto fece per avvicinarsi forse incuriosito dalla presenza dell'animale ma l'arrivo nel terminal di una comitiva di ragazzi troppo rumorosa attirò la sua attenzione e il cane si mise addirittura a dormire. 

Tutto ad un tratto l'atmosfera irreale dell'attesa forzata in quel posto sconosciuto sparì e mi sembrò del tutto normale essere seduto ad aspettare i mio volo in un aeroporto sconosciuto con un cane ai miei piedi. Anche gli annunci sembravano aver acquistato logica e comprensibilità e non mi sentivo più sospeso in una bolla ma soltanto in attesa di partire.