Il
caso Volkswagen e la manipolazione dei software per “truccare” i
test sulle emissioni in questi giorni ha tenuto banco su tutti i mezzi
d'informazione.
Molti
con malcelata soddisfazione, hanno accolto la notizia sottolineando
che anche i meticolosi e precisi tedeschi si sono comportati da
“italiani” e sono caduti in tentazione come se fossero dei
“terroni” qualsiasi. Altri hanno sottolineato che i tedeschi in
genere amano dettare regole a tutti e ora le hanno infrante
ripetutamente e su scala industriale.
In
realtà la vicenda ha dei risvolti drammatici e non solo per
l'economia tedesca. La quotazione del gruppo VW è precipitata e
l'inevitabile calo delle vendite si ripercuoterà anche su di noi;
sembra che l'indotto dei sub-fornitori occupi direttamente almeno
due o tremila persone qui in Italia oltre a diverse altre
attività collegate indirettamente al gruppo di Wolfsburg.
Approfondendo
la vicenda VW sembrerebbe che comportamenti del genere potrebbero
essere la norma e non l'eccezione di molti altri costruttori che per
ora tengono un basso profilo senza neanche cercare di precisare o
smentire le voci sui risultati dei test d'inquinamento eseguiti sulle
loro auto.
Se
dimentichiamo gli stereotipi nazionali l'accaduto dovrebbe insegnarci
che senza controlli meticolosi e frequenti tutti i gruppi industriali
perseguono un solo obiettivo: il guadagno. Correttezza e onestà
passano in secondo piano - qualsiasi sistema è buono se porta
profitti. In Italia vicende come quelle dell'Ilva sono emblematiche e
illustrano perfettamente quali sono le priorità dell'industria:
profitti e guadagno. Con la complicità della politica e con il
ricatto dei posti di lavoro sono nati dei mostri che inquinano,
mentono, corrompono senza alcun riguardo per le regole e per il bene comune.
