La goffa uscita della ministra Giannini che segnalava il gran numero di ricercatori italiani che avevano ottenuto fondi di ricerca europei ha fotografato impietosamente lo stato comatoso in cui versa l'università italiana e ci ha fatto capire in che conto viene tenuta l'istruzione dai nostri politici.
Sottosegretari
che sanno a malapena scrivere in italiano, funzionari con diplomi
presi per il rotto della cuffia, portaborse e cafoni delle varie
segreterie di partito hanno partorito una politica dell'istruzione
ignobile che ha portato il nostro paese nel medioevo.
Un
dato dovrebbe essere evidente anche ai profani: nessun ricercatore
europeo verrà qui da noi a realizzare i suoi progetti, nessuno
studio finanziato sarà svolto nelle nostre università. Esportiamo
cervelli e basta. Le nostre università sono conventicole chiuse
gestite spesso su basi d'appartenenza familiare dove figli, mogli e
parenti contribuiscono a chiudere al merito e alle capacità
l'accesso alle risorse indispensabili allo studio e alla ricerca.
Questo stato di cose ha prodotto un esodo delle nostre menti migliori
e gli effetti sono sotto i nostri occhi, basta soltanto volerli
vedere. La ricerca pubblica e privata in Italia sta scomparendo;
l'industria oltre a de-localizzare la produzione, non fa più ricerca
e sviluppo qui. I risultati sono evidenti – negli anni '60 avevamo
almeno quattro industrie italiane che producevano semiconduttori, ora
nessuna; uno dei primi computer a stato solido è stato prodotto da
noi – adesso credo non ci sia più da anni alcuna produzione di
rilievo nel settore.
Neanche
tanto lentamente stiamo scomparendo superati da altri paesi che hanno
dimostrato maggior considerazione. E' un fatto preoccupante ma del
quale si parla poco nonostante gli effetti di questa politica
dissennata siano evidenti.
