Nei giorni scorsi ha fatto scalpore sui media un pamphlet di Jaron Lanier - “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”.
Scritto in modo solo apparentemente trasandato e spigoloso, è un’accusa al business che è dietro i social e all’uso che i gestori fanno delle informazioni degli utenti.
Non è un’accusa alle rete o ai social in quanto tali, ma è una constatazione fredda e precisa di come la possibilità di influenzare milioni di persone, costruire notizie ad arte e sostenere argomenti e tesi non provati sia diventato un business globale e pericoloso.
Lanier, pioniere della realtà virtuale, sviluppatore software per Google e Microsoft, critica la progressiva omologazione degli utenti della rete e la riduzione significativa della libertà di scegliere di essere eventualmente “fuori dal coro”.
Sotto accusa è la semplificazione massiva, le pubblicità occulte, i tentativi di manipolazione assai frequenti, le notizie completamente false; tutto questo induce gli utenti dei social a pensare che la cultura collettivizzata alla quale hanno accesso sia migliore rispetto ad una esposizione dei fatti e della realtà più analitica, con più voci, approfondita e meno pervasiva.
Lanier già in passato aveva individuato una delle pecche della rete: quella che una quantità smisurata di informazioni si dovesse automaticamente trasformarsi in qualità solo perché condivisa in massa.
In realtà – e ce ne possiamo accorgere leggendo le pagine di wikipedia o facendo un giro sui social – l’eccessiva omologazione ha portato ad una semplificazione della realtà estremamente pericolosa.
Fatti campati in aria, tesi e argomentazioni prive di qualsiasi supporto scientifico e razionale fanno parte del business dell’omologazione influenzata dei social network e hanno creato una sorta di realtà virtuale distante dalla vita reale ma accettata ormai da tutti.
Democrazia e politica da anni sono fatte sui social – un fatto emblematico è la fine ingloriosa dei giornali di partito qui da noi con l’avvento di internet. Ormai la comunicazione e l’elezione stessa dei politici in quasi tutto il mondo è fatta con gli strumenti che i social network mettono a disposizione.
Campagne elettorali, politiche economiche, modi di comunicazione, nuovi linguaggi sono pesantemente influenzati dai linguaggi del cyberspazio.
Scelte che ci coinvolgono cambiando i nostri modi di vivere, sono soggette agli algoritmi di business unit agguerritissime che hanno a disposizione i nostri dati personali, le nostre preferenze e i nostri gusti e sono in grado di pilotarli e di orientarli a loro piacimento e tornaconto.
Il concetto nato con internet che vedeva l’immaginazione collettiva superare in qualità l’immaginazione dei singoli si è scontrato con i modelli economici di chi gestisce la rete con i risultati che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente.
Un altro argomento che Lanier ha segnalato è l’organizzazione e la composizione del lavoro delle aziende che gestiscono i social e i servizi sul web.
In apparenza gruppi di poche persone contribuiscono a fare fatturati stratosferici.
Rispetto alle aziende di produzione tradizionali che impiegano magari migliaia di dipendenti, nel web molto spesso realtà economiche importanti sono composte da poche persone.
Facebook o Instagram sono d’esempio – quello che non consideriamo è che sui social i contenuti li mettono gratis gli utenti; contenuti e conoscenze che non vengono pagati – una forma di sfruttamento evidente ma poco considerato.
Attribuzione foto: Di vanz https://www.flickr.com/photos/vanz/144476323/in/set-72057594131744996/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1707896
Scritto in modo solo apparentemente trasandato e spigoloso, è un’accusa al business che è dietro i social e all’uso che i gestori fanno delle informazioni degli utenti.
Non è un’accusa alle rete o ai social in quanto tali, ma è una constatazione fredda e precisa di come la possibilità di influenzare milioni di persone, costruire notizie ad arte e sostenere argomenti e tesi non provati sia diventato un business globale e pericoloso.
Lanier, pioniere della realtà virtuale, sviluppatore software per Google e Microsoft, critica la progressiva omologazione degli utenti della rete e la riduzione significativa della libertà di scegliere di essere eventualmente “fuori dal coro”.
Sotto accusa è la semplificazione massiva, le pubblicità occulte, i tentativi di manipolazione assai frequenti, le notizie completamente false; tutto questo induce gli utenti dei social a pensare che la cultura collettivizzata alla quale hanno accesso sia migliore rispetto ad una esposizione dei fatti e della realtà più analitica, con più voci, approfondita e meno pervasiva.
Lanier già in passato aveva individuato una delle pecche della rete: quella che una quantità smisurata di informazioni si dovesse automaticamente trasformarsi in qualità solo perché condivisa in massa.
In realtà – e ce ne possiamo accorgere leggendo le pagine di wikipedia o facendo un giro sui social – l’eccessiva omologazione ha portato ad una semplificazione della realtà estremamente pericolosa.
Fatti campati in aria, tesi e argomentazioni prive di qualsiasi supporto scientifico e razionale fanno parte del business dell’omologazione influenzata dei social network e hanno creato una sorta di realtà virtuale distante dalla vita reale ma accettata ormai da tutti.
Democrazia e politica da anni sono fatte sui social – un fatto emblematico è la fine ingloriosa dei giornali di partito qui da noi con l’avvento di internet. Ormai la comunicazione e l’elezione stessa dei politici in quasi tutto il mondo è fatta con gli strumenti che i social network mettono a disposizione.
Campagne elettorali, politiche economiche, modi di comunicazione, nuovi linguaggi sono pesantemente influenzati dai linguaggi del cyberspazio.
Scelte che ci coinvolgono cambiando i nostri modi di vivere, sono soggette agli algoritmi di business unit agguerritissime che hanno a disposizione i nostri dati personali, le nostre preferenze e i nostri gusti e sono in grado di pilotarli e di orientarli a loro piacimento e tornaconto.
Il concetto nato con internet che vedeva l’immaginazione collettiva superare in qualità l’immaginazione dei singoli si è scontrato con i modelli economici di chi gestisce la rete con i risultati che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente.
Un altro argomento che Lanier ha segnalato è l’organizzazione e la composizione del lavoro delle aziende che gestiscono i social e i servizi sul web.
In apparenza gruppi di poche persone contribuiscono a fare fatturati stratosferici.
Rispetto alle aziende di produzione tradizionali che impiegano magari migliaia di dipendenti, nel web molto spesso realtà economiche importanti sono composte da poche persone.
Facebook o Instagram sono d’esempio – quello che non consideriamo è che sui social i contenuti li mettono gratis gli utenti; contenuti e conoscenze che non vengono pagati – una forma di sfruttamento evidente ma poco considerato.
Attribuzione foto: Di vanz https://www.flickr.com/photos/vanz/144476323/in/set-72057594131744996/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1707896

