sabato 11 agosto 2018

Social e internet


Nei giorni scorsi ha fatto scalpore sui media un pamphlet di Jaron Lanier - “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”.
Scritto in modo solo apparentemente trasandato e spigoloso, è un’accusa al business che è dietro i social e all’uso che i gestori fanno delle informazioni degli utenti.
Non è un’accusa alle rete o ai social in quanto tali, ma è una constatazione fredda e precisa di come la possibilità di influenzare milioni di persone, costruire notizie ad arte e sostenere argomenti e tesi non provati sia diventato un business globale e pericoloso.
Lanier, pioniere della realtà virtuale, sviluppatore software per Google e Microsoft, critica la progressiva omologazione degli utenti della rete e la riduzione significativa della libertà di scegliere di essere eventualmente “fuori dal coro”.
Sotto accusa è la semplificazione massiva, le pubblicità occulte, i tentativi di manipolazione assai frequenti, le notizie completamente false; tutto questo induce gli utenti dei social a pensare che la cultura collettivizzata alla quale hanno accesso sia migliore rispetto ad una esposizione dei fatti e della realtà più analitica, con più voci, approfondita e meno pervasiva.
Lanier già in passato aveva individuato una delle pecche della rete: quella che una quantità smisurata di informazioni si dovesse automaticamente trasformarsi in qualità solo perché condivisa in massa.
In realtà – e ce ne possiamo accorgere leggendo le pagine di wikipedia o facendo un giro sui social – l’eccessiva omologazione ha portato ad una semplificazione della realtà estremamente pericolosa.
Fatti campati in aria, tesi e argomentazioni prive di qualsiasi supporto scientifico e razionale fanno parte del business dell’omologazione influenzata dei social network e hanno creato una sorta di realtà virtuale distante dalla vita reale ma accettata ormai da tutti.
Democrazia e politica da anni sono fatte sui social – un fatto emblematico è la fine ingloriosa dei giornali di partito qui da noi con l’avvento di internet. Ormai la comunicazione e l’elezione stessa dei politici in quasi tutto il mondo è fatta con gli strumenti che i social network mettono a disposizione.
Campagne elettorali, politiche economiche, modi di comunicazione, nuovi linguaggi sono pesantemente influenzati dai linguaggi del cyberspazio.
Scelte che ci coinvolgono cambiando i nostri modi di vivere, sono soggette agli algoritmi di business unit agguerritissime che hanno a disposizione i nostri dati personali, le nostre preferenze e i nostri gusti e sono in grado di pilotarli e di orientarli a loro piacimento e tornaconto.
Il concetto nato con internet che vedeva l’immaginazione collettiva superare in qualità l’immaginazione dei singoli si è scontrato con i modelli economici di chi gestisce la rete con i risultati che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente.
Un altro argomento che Lanier ha segnalato è l’organizzazione e la composizione del lavoro delle aziende che gestiscono i social e i servizi sul web.
In apparenza gruppi di poche persone contribuiscono a fare fatturati stratosferici.
Rispetto alle aziende di produzione tradizionali che impiegano magari migliaia di dipendenti, nel web molto spesso realtà economiche importanti sono composte da poche persone.
Facebook o Instagram sono d’esempio – quello che non consideriamo è che sui social i contenuti li mettono gratis gli utenti; contenuti e conoscenze che non vengono pagati – una forma di sfruttamento evidente ma poco considerato.














Attribuzione foto: Di vanz https://www.flickr.com/photos/vanz/144476323/in/set-72057594131744996/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1707896

sabato 7 luglio 2018

Informatica




Siamo abituati a pensare di vivere nell’epoca dei computer - ogni giorno entriamo in contatto con l’automazione, con l’informatizzazione e con la virtualizzazione dei nostri dati personali e di tanti altri aspetti della nostra esistenza. 


Teniamo gli occhi incollati sui nostri smartphone – praticamente dei computer sempre con noi e costantemente collegati.
In pochi anni ci siamo abituati al fatto che l’informatica è sempre più presente in tutte le attività quotidiane. 


Un mondo senza software, senza computer e senza rete ormai sarebbe inconcepibile. Sul fatto che l’informatizzazione sempre più estesa sia un vantaggio e garantisca sempre e comunque una migliore qualità della vita ci sarebbe molto da discutere ma la tendenza ad affidare agli algoritmi delle reti informatiche tutto quello che facciamo non può essere più invertita.


Molti pensano che l’era dell’informatica sia iniziata alla fine degli anni 40 – in realtà in quegli anni le tecnologie disponibili permisero di realizzare idee che erano state elaborate almeno cento anni prima.
Charles Babbage, un matematico e filosofo inglese dell’ottocento teorizzò e cercò di costruire la prima macchina calcolatrice per tabulare funzioni polinomiali che permettessero di risolvere con buona approssimazione funzioni trigonometriche e logaritmi. 


Babbage teorizzò anche la realizzazione di una macchina “analitica universale” che potesse permettere la soluzione di calcoli generici tramite una “programmazione” e una concezione simile a quella degli odierni calcolatori – un sistema di input a schede perforate, una unità di memoria e una unità logico-aritmetica per la soluzione dei calcoli.
Questa macchina non fu mai costruita ma destò l’interesse di molti matematici dell’epoca tra cui Ada Lovelace che teorizzò diversi usi mediante “programmi” veri e propri, tra cui un algoritmo per il calcolo dei numeri di Bernoulli che può essere considerato il primo software della storia.


Ada Lovelace era la figlia di Lord Byron e fin dall’infanzia, aveva manifestato una abilità nel comprendere la logica matematica non comune. Purtroppo morì a 37 anni e problemi fisici e di salute hanno segnato la sua vita e impedito che potesse dedicarsi interamente ai suoi studi.
Forse ancor più di Babbage che aveva studiato la realizzazione di queste macchine calcolatrici, ne comprese perfettamente le implicazioni e le possibilità.


Iniziò una fitta corrispondenza con Babbage e con il matematico italiano Menabrea dove mise in risalto la programmabilità delle “calcolatrici” e addirittura espresse per sommi capi il concetto di “intelligenza artificiale” e di “macchina programmabile” che poi Alan Turing sviluppò quasi cento anni dopo.


Ricordatela quando usate il vostro smartphone o il vostro pc.







Art Work Details page.Original upload was at English wikipedia at en:File:Ada_Lovelace.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=354077  Margaret Sarah Carpenter