sabato 30 maggio 2015

Mary Ellen Mark



Alcuni giorni fa ci ha lasciato Mary Ellen Mark una grande fotografa americana che con le sue immagini vive, crude e dirette ha segnato un'epoca.
Ho iniziato a conoscere le sue immagini a metà degli anni '70.
I soggetti che prediligeva erano spesso strani, inusuali, borderline e nell'atmosfera patinata di quell'epoca facevano effetto. Le sue immagini apparentemente senza regole compositive evidenti, in realtà erano studiate e preparate con cura. Se avete conosciuto le sue foto di scena e i suoi reportage capirete quello che dico.
Di Mary Ellen Mark ho sempre ammirato il coraggio di andare contro corrente e la capacità analitica affilata come un rasoio. Aveva il dono di raccontare storie in pochissime immagini e il suo tratto caratteristico era originalissimo.
Non posso pubblicare su questo blog le sue foto per ovvie ragioni di copyright ma non è difficile vederle in rete. Vi invito a trovarle – in tempi come questi dove, tra smartphone selfie e photoshop il gusto per l'immagine sembra essersi appiattito, osservare i suoi lavori è una stimolante ventata di aria fresca e i suoi reportages sono ancora attuali.
Le sue celebri foto di scena sembrano qualche volta indicare un percorso narrativo parallelo al film e al soggetto ripreso – vedi il ritratto di Marlon Brando/Kurz di Apocalypse Now o le foto scattate a Federico Fellini ; una grande reporter che riusciva ad illustrare molti “destini incrociati” in una sola immagine.
Rivedendo i suoi lavori ho provato le stesse sensazioni di trent'anni fa e trovo ancora validissime gran parte delle sue cose.







venerdì 15 maggio 2015

Episodi


Ultimamente mi sono capitati alcuni episodi spiacevoli per aver pubblicato dei post su facebook in cui parlavo di politica, di governo e di opposizione.
Amici di lungo corso hanno mostrato uno spiacevole lato oscuro insultandomi semplicemente perché non la penso come loro. Altri hanno preferito rispondere a frasi fatte e luoghi comuni non capendo un tubo di quanto scritto.
Ho sempre messo in conto che le discussioni sui social sono un po' come i muri dei bagni alla stazione – spesso riescono a scatenare il lato peggiore delle persone, quindi pazienza …
Quello che vorrei ribadire è che la diversità di opinioni è fantastica e poter discutere è bellissimo; gli insulti eliminano ogni possibilità di spiegazione, le frasi fatte o gli slogan chiudono ogni porta.
Cari ex amici lo so che ho cambiato forse strada e idee - qualche anno fa pensavo che un grande partito di sinistra dovesse rappresentare degnamente chi lo votava e che i numeri fossero importanti; pensavo che un partito doveva avere l'opportunità di essere maggioranza per governare e votarlo servisse effettivamente a cambiare le cose.
Certamente occorreva accettare qualche compromesso, uscire dalle dialettiche “tutto e subito”, accettare come compagni di strada altri soggetti con radici diverse e approvare politiche e provvedimenti distanti dal mio modo di pensare per non disperdere energie e per fare fronte comune. Col tempo però i compromessi sono diventati sempre più pesanti e velenosi e le cose fatte sempre più distanti e contrarie a quello che ritenevo giusto - fino a non farmi distinguere più differenze tra quello che volevo e quello che combattevo.
Qualcuno mi ha detto che cambiare idee non è un dramma – sono d'accordo – ma non credo poi di aver cambiato idee o valori in modo sostanziale.
Mangio più verdure e cerco di fumare meno e cerco anche di essere più educato di un tempo ma credo ancora che il mondo che ci circonda possa essere reso migliore per tutti e non per pochi.
Carissimi fatevene una ragione – vi rispetto, se non la pensate come me non mi offendo - abbiate però il coraggio di fare altrettanto.
Affettuosamente vostro

giovedì 14 maggio 2015

I ricordi e il digitale


L'avanzare dell'elettronica e del digitale nella vita di tutti i giorni ha reso obsoleti molti dispositivi. Macchine fotografiche, walkman, registratori, giradischi e radio sono stati sostituiti da smartphone e tablet.
Trenta-quaranta anni fa il computer cambiò definitivamente il modo di scrivere e di prendere appunti o di ascoltare musica e vedere film – oggi dispositivi sempre più piccoli e meno ingombranti hanno cambiato le nostre abitudini in maniera ancora più radicale che allora.

Ci scambiamo messaggi, facciamo partecipi i nostri amici e conoscenti della nostra presenza e dei nostri stati d'animo attraverso i social e siamo sempre visibili, raggiungibili e collegati. Inviamo le nostre immagini in tempo reale condividendo i posti visitati, le situazioni vissute e le emozioni provate.

Una caratteristica abbastanza sinistra del digitale è che finita la condivisione immediata - delle nostre informazioni rimangono ben poche cose da ricordare: le immagini e le situazioni vengono subito sostituite dalle successive e anche quelle che vorremmo conservare spesso finiscono cancellate/dimenticate/superate per disattenzione o disinteresse o magari per l'acquisto di un nuovo dispositivo più cool ma completamente diverso dal vecchio.

Soprattutto per le immagini è cambiato il modo con cui le usiamo e le consumiamo. La fotografia tradizionale - “analogica” - veniva eseguita con il preciso intento di ricordare; dovevi caricare la tua macchina, scattare e aspettare che le foto fossero pronte magari cinque o sei giorni dopo.
Inoltre i costi e le limitazioni della pellicola rendevano l'atto di fotografare probabilmente più “pensato” - dovevi raccontare la vacanza in dodici o trentasei pose, immortalare l'evento e condensarlo rinunciando da subito a qualsiasi pretesa “real time”.

Le prime foto istantanee polaroid fecero scalpore proprio perché con questi foglietti di plastica malamente colorati ti sembrava di abbattere delle barriere insormontabili e guadagnare in spontaneità e immediatezza con l'immagine ancora “calda”, visibile e pronta mentre gli eventi erano ancora in corso.

Un'altra insidia del digitale poi è la rapida obsolescenza dei formati. Chi trent'anni fa usava i primi word processor oggi difficilmente riuscirà a leggere le cose scritte all'epoca a meno che non le abbia stampate su carta così come le immagini elaborate e archiviate all'epoca difficilmente potranno essere recuperate dai vecchi supporti di memorizzazione.

Tutto sommato le tradizionali foto “chimiche” reggono ancora bene; risentono poco del tempo – soprattutto se ben conservate – e molto meno delle prime stampe a colori a getto d'inchiostro che sbiadiscono irrimediabilmente in poco tempo.
Diapositive kodachrome di cinquant'anni fa sono ancora più che presentabili mentre diventa difficile leggere alcuni supporti di memoria che il rapido progresso ha reso superati e archivi interi sono miseramente scomparsi per un hardisk rotto o per essere stati archiviati su sistemi inaffidabili e ormai irreperibili - oppure più prosaicamente - per una password di accesso al cloud andata persa.

Possiamo ancora ascoltare un disco in vinile ma alcuni dei primi cd a causa di inchiostri delle etichette chimicamente troppo aggressivi, sono ora irrimediabilmente danneggiati e inascoltabili.

Probabilmente questi nostri anni rischiano di essere tra i meno documentati e paradossalmente soltanto i documenti e le immagini messi in cloud su internet avranno una qualche probabilità di salvarsi – sempre che non vengano sommersi dall'enorme quantità di altri dati e non scompaiano in questo enorme rumore bianco che distingue la Rete.

L'eccessiva quantità di informazioni – l'alea - spesso rende difficile trovare quello che ci interessa – non mi ricordo chi disse che le informazioni utili su internet sono come piccoli diamanti in un oceano di fango.

Aveva ragione.

domenica 10 maggio 2015

Occasioni perdute


Con la discussione sul job act e quella sulla legge elettorale la minoranza del PD ha dimostrato che in un partito come questo “l'opposizione leale”, “la coscienza critica” e lo “spirito unitario” non servono a niente e ha perso forse l'ennesima occasione per contare qualcosa.
La partecipazione al teatrino, i mugugni, le interviste piene di frasi oblique e di ammiccamenti che sembrano altolà (e viceversa) hanno dimostrato la distanza tra la politica di questi “oppositori” e la realtà di tutti i giorni.
Una riforma del lavoro che non avrebbe immaginato neanche la Thatcher, scritta con un pressapochismo preoccupante e promulgata senza possibilità reali di discussione ora viene vista come la panacea universale – la medicina che ci dovrebbe far uscire dalla crisi, la bacchetta magica che tutto risolve e tutto aggiusta.
La scuola non versa in migliori condizioni – il governo ha partorito dei provvedimenti da pazzi che riusciranno ad affossare definitivamente il settore dell'insegnamento.
I nostri baldi combattenti per ora brontolano, qualche volta minacciano (velatamente) ma restano aggrappati alla poltrona tranne pochissime eccezioni – l'addio di Civati è stato fino ad ora, l'unico gesto coerente e coraggioso.
In questo gioco sicuramente ha avuto un peso notevole anche la predilezione degli italiani a delegare la gestione della cosa pubblica all'ennesimo “uomo del destino”. Dopo Mussolini, Craxi e Berlusconi, è probabile che ci tocchi ora un ventennio in stile Renzi – tutto tweet, annunci, supercazzole, selfie e gelati.
Mentre quello che era il maggior partito progressista italiano è diventato simile alla democrazia cristiana della prima repubblica il resto del mondo è andato avanti – culture ed economie ci sopravanzano allegramente infischiandosene delle nostre beghe, dei nostri sottili distinguo e dei nostri buoni propositi e relegando l'Italia ad un ruolo sempre più marginale.
Poi ci sorprendiamo che la Mogherini non sia stata neanche interpellata mentre si discuteva con Putin o che una banda di olandesi ubriachi abbia bloccato e devastato il centro storico di Roma.
Ci sorprendiamo che i giovani siano costretti ad emigrare per trovare lavoro ma abbiamo la legge Fornero.
Ci meravigliamo che la scuola sia finita in malora ma i ministri della pubblica istruzione degli ultimi trent'anni hanno rappresentato il peggio che si poteva esprimere.
Ci sorprendiamo della durata della crisi ma aumentiamo l'iva, aumentiamo le tasse e la burocrazia nella speranza che l'economia si risollevi.
Ci meravigliamo per la corruzione ma spesso per proteggere interessi personali vengono promulgate leggi sempre più “colabrodo” e sempre più permissive e indagati e condannati siedono in parlamento in quasi tutti gli schieramenti.


venerdì 1 maggio 2015

Pedalare a vuoto


La sentenza della Consulta – peraltro ampiamente prevedibile – ha bocciato la riforma Fornero; la legge proposta tra lacrime e tweet ora costerà miliardi di euro e probabilmente polverizzerà il “tesoretto” di Renzi (sempre che esista e sia reale).
Quelli che erano i “tecnici” al governo si sono rivelati un branco di dilettanti; tra i provvedimenti economici di Monti e Fornero e le discutibili manovre sul lavoro dell'attuale governo l'economia non riparte e il baratro sembra essere sempre più profondo – basta leggere le ultime statistiche pubblicate da quei pericolosi gufi sovversivi dell'Istat.
Non serve aver studiato ad Harvard per capire che diminuzione dei diritti e aumento delle tasse non hanno mai fatto ripartire le economie. Purtroppo maggioranze e opposizioni che si sono succedute al comando in questi anni sembrano stolidamente non capirlo.
La minoranza del pd e molti suoi elettori ora accusano Renzi per la “deriva impressa al partito” ma le cose sono iniziate molto prima con le bicamerali a vuoto, con il mettere in discussione i diritti del lavoro e con tante altre cose non fatte come la revisione del bilancio della difesa, l'abolizione reale degli enti inutili e riforme da ottenebrati come quella della scuola che ha precipitato il settore dell'istruzione nel terzo mondo.
Intellettuali e figure pubbliche come il vignettista Staino danno la colpa a Bersani e al vecchio gruppo dirigente del pd per non aver fermato Renzi ignorando che la logica conseguenza di errori commessi vent'anni fa ha spianato le porte all'ex sindaco di Firenze e a tutta la corte di yes-men che ha intorno come già accaduto con Berlusconi.
Non esiste secondo me un prima senza Renzi e un dopo con Renzi – certe idee vengono da lontano, commistioni tra politici, delinquenti e imprenditori non sono di adesso ma inquinano da tempo opposizioni e maggioranze di governo – certi tentennamenti e certi compromessi ora vengono al pettine in tutta la loro gravità.
Buon primo maggio a tutti.

sabato 25 aprile 2015

Tragicomico


Come accade quasi sempre, la tragedia della morte di Lo Porto si è trasformata in farsa. Il ministro Gentiloni ha riferito fuffa in un aula semivuota – i nostri politici soffrono della sindrome del week-end lungo - cercando di giustificare l'assenza di una linea di politica estera credibile.
Renzi negli USA non è stato neanche informato di quanto accaduto - questo la dice lunga sul nostro ruolo nelle decisioni di politica internazionale.
Purtroppo il detto che si raccoglie quello che si è seminato è quanto mai vero.
Inviamo i marò a proteggere i discutibili interessi di gruppi commerciali privati ma quando ci scappa il morto grazie agli ordini d'ingaggio contraddittori e all'assenza di una qualsiasi concertazione, li abbandoniamo al loro destino.
Bombardiamo e interveniamo al fianco dei più forti in operazioni discutibili e poi ci meravigliamo se migliaia di persone cercano di fuggire dal caos insostenibile che abbiamo contribuito a creare.
Spendiamo milioni di euro in armamenti sacrificando ogni possibilità di ripresa economica e poi abbiamo il coraggio di parlare di “antipolitica” e di “disinteresse” .
Per pochi minuti abbiamo riconosciuto lo stato palestinese poi abbiamo fatto marcia indietro, abbiamo coccolato un rais come Gheddafi e armato contemporaneamente i suoi avversari – insomma ci siamo barcamenati come al solito cercando di tirare opportunisticamente a campare.
La nostra credibilità non è mai stata così bassa – leggete quello che scrivono i giornali e quello che dicono i media esteri (sui mezzi d'informazione italiani non si accenna minimamente alla questione, si preferisce riferire che Renzi ha fatto jogging) - vi farete rapidamente un'idea di come ci considerano.
Le uniche iniziative degne di rispetto sono quelle delle associazioni volontarie come Emergency che all'estero stanno facendo grandi cose spesso viste con fastidio dai nostri politici.
Oggi 25 aprile ricordiamo tutti quelli che hanno creduto nella possibilità di costruire un mondo migliore e ne hanno pagato il prezzo – gli dobbiamo molto e non meritavano certamente tutto questo.
Ragazzi vi chiedo scusa – non pensavo potesse finire così.



mercoledì 22 aprile 2015

700


Ancora una volta una tragedia - centinaia di profughi in cerca di una vita migliore sono affogati in quel tratto di mare che ci separa dall'Africa diventato ormai un enorme cimitero. Sull'emigrazione sono state dette tante cose e molte  veramente terrificanti; i commenti sui social network che ho letto sono in gran parte sconfortanti. Sembrerebbe che i nostri politici siano riusciti nell'intento di far dimenticare il loro discutibile operato instillando la paura xenofoba del “diverso”, dell' "extracomunitario".
L'orripilante politica estera italiana ha contribuito a creare situazioni come quella libica dove bande di delinquenti e di predoni hanno preso il sopravvento e non esiste più uno stato ma delle tribù e delle fazioni in perenne lotta.
Con una miopia straordinaria abbiamo sostenuto e sosteniamo in tutto il mondo fantocci corrotti che prima o poi ci ritroviamo contro – sembrerebbe che intelligenza e lungimiranza non siano le caratteristiche della nostra politica estera. 
Personaggi che ora auspicano bombardamenti e azioni di forza per anni hanno lucrato sull'accoglienza ai profughi e non hanno fatto niente per cercare di risolvere il problema. Gran parte di quelli che cercano di sbarcare qui da noi spesso sono diretti in altre parti d'Europa per raggiungere i loro cari – l'Italia è solo una tappa di un viaggio che può durare anche due/tre anni.
Gli altri paesi europei fino ad ora sembrano essere ben contenti che il problema sia in gran parte italiano; per motivi geografici siamo la prima tappa di questa migrazione biblica verso l'Europa. Nessuno dei nostri governi ha mai sollevato veramente la questione e le poche iniziative comunitarie fanno ridere.
La paura dei migranti però costituisce una delle canzoni elettorali più suonate. La lega e la destra per far dimenticare i loro discutibili trascorsi di governo sembrano cavalcare l'onda xenofoba nella speranza di prendere più voti cercando di far dimenticare che l'origine del problema è in gran parte imputabile a loro.
In realtà il numero degli italiani che vanno all'estero per lavorare è sempre più grande e in Svizzera, in Francia e in Inghilterra le stesse paure dei residenti stanno prendendo di mira quelli di noi costretti a lavorare e vivere lì.
Il movimento di Marie Le Pen – grande amica di Salvini – ha fatto della lotta all'emigrazione uno dei motivi vincenti delle sue campagne elettorali e altrettanto avviene negli altri paesi.
La memoria corta di noi Italiani ci fa dimenticare quello che siamo stati in passato: un popolo di emigranti.
Purtroppo siamo ritornati ad esserlo ma non ce ne siamo ancora accorti.

sabato 28 marzo 2015

Lo zero





Uno dei fondamentali della matematica moderna è lo zero. Gli arabi introdussero il concetto intorno all’anno mille mutuandolo dagli indiani che sembrerebbe già da alcuni secoli avessero elaborato dei sistemi di calcolo simili a quelli odierni. 
Le nostre maestre di scuola elementare ci hanno insegnato che senza lo zero è estremamente complicato rappresentare grandi numeri – provate a “tradurre” 1.956.000.240 in numeri romani – e che la notazione decimale rende più semplici tutti i calcoli. 
Quest’argomentazione è solidissima ma il concetto di zero è importante anche per esprimere e formulare correttamente teorie e postulati alla base della fisica moderna, dell’astronomia, della geometria e del calcolo matematico avanzato. 
Provate a pensare al punto d’origine dei quadranti algebrici o alla teoria del big bang senza il concetto di punto zero o di istante zero. E cosa sarebbe la ricerca delle particelle subatomiche se non fosse possibile ipotizzare la particella finale, quella che si differenzia dalle altre soltanto perché emerge dal nulla cioè dallo zero. Proprio la rappresentazione del nulla è quella che consente la raffigurazione del tutto partendo da zero.
Anche nei modi di dire lo zero è usato per esprimere concetti ben precisi: “partire da zero” o “ritornare a zero” . Molti apprezzano come qualità personale l’essere “partiti da zero” o quella di illustrare decisioni in modo risoluto – “le chiacchiere stanno a zero”.
Altro concetto che è possibile esprimere è la raffigurazione del valore e delle doti: “vale zero”, “è proprio uno zero”, “zero assoluto” (che per inciso è anche un concetto della termodinamica assai intrigante). 
Tutti gli apprezzamenti negativi insistono quasi sempre sulla assenza di qualsiasi qualità personale legata proprio al non muoversi dal punto d’origine. “Rimanere a zero” ed essere nullità complete, rimanere in una stasi accidiosa e colpevole negando qualsiasi possibilità di cambiamento o di evoluzione.
Ora proprio questo permanere stolidamente al punto di partenza, negare ogni possibilità di cambiamento, uccidere qualsiasi curiosità rappresentando soltanto il nulla è la seconda natura del concetto dello zero; oltre che punto d’inizio anche indicatore dell’assenza di cambiamenti evolutivi e quasi negazione della vita stessa.
Spesso le persone presentano questa interessante doppia personalità in molte situazioni – non ascoltano ragioni nel timore di allontanarsi dal loro punto d’origine, non si muovono, non si trasformano, non cambiano idea, non si mettono in discussione, non fanno autocritica e non imparano nulla dagli errori commessi. 
Zero.