Il 23 agosto del 1927 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti pagarono con la vita il fatto di essere anarchici e italiani. Nonostante l'evidente estraneità ai fatti furono condannati per l'omicidio di una guardia e di un contabile di un calzaturificio. A nulla valse una confessione di un detenuto che li scagionava e il lavoro di una commissione d'inchiesta che metteva in dubbio le modalità del processo.
Il
governatore del Massachusetts
A.T. Fuller si oppose alle
richieste di grazia e di revisione del processo.
Negli
USA di quegli anni imperversava la “paura rossa” - tutti quelli
bollati come “sovversivi” non avevano alcun diritto legale e
venivano bestialmente perseguiti.
Il tipografo Andrea Salsedo, amico
di Vanzetti, nel 1920 fu buttato da una finestra del Ministero della
Giustizia (ricordate Pinelli?) e le proteste che seguirono furono
represse brutalmente e fecero dei due anarchici due elementi da
colpire come tutti quelli che avevano partecipato ai comizi e agli
scioperi che seguirono.
Il
fatto di essere italiani costituì un'aggravante in un periodo
storico in cui l'emigrazione italiana negli USA era rilevante.
Da un
lato l'opportunità di avere manodopera a basso costo e dall'altro
l'incapacità di integrare i “wops”, i “mangiaspaghetti” che
pur contribuendo al sogno americano lavorando come bestie con paghe
da fame e diritti inesistenti, erano trattati come animali.
A
nulla valsero le richieste di clemenza di gran parte degli
intellettuali americani e del governo italiano e le proteste di
piazza in tutta Europa.
Solo
cinquant'anni dopo il governatore Dukakis proclamò ufficialmente
l'innocenza dei due anarchici italiani.
