domenica 11 ottobre 2020

Assange


Più di 167 politici nel mondo hanno chiesto che Julian Assange venga rimesso in libertà. Assange è detenuto arbitrariamente in Gran Bretagna per una violazione della libertà su cauzione in seguito ad un'accusa di stupro poi rivelatasi infondata e per una richiesta di estradizione del governo americano.
Nonostante l'inconsistenza delle accuse, sottolineata nel 2015 dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria, più volte rilevata dalla stampa internazionale, dall'ONU e dal consiglio d'Europa, Assange è ancora detenuto in condizioni di massima sicurezza in un carcere inglese.
Ripetuti appelli da parte di giuristi, giornalisti, intellettuali e politici non hanno finora sortito alcun effetto.
Ormai è palese che Assange sta pagando per l'affare WikiLeaks - la divulgazione di documenti riservati che ha messo in luce i metodi impiegati dagli USA nella lotta al terrorismo e nel sistema di ingerenze nelle politiche nazionali di altri paesi.
Da notare che nella lista dei politici che hanno segnalato l'ingiusta detenzione e l'assenza di regole di tutta la situazione Assange-WikiLeaks, non c'è nessuno dei nostri garantisti da salotto.
Quasi tutti i nostri eroi si sono guardati bene dal prendere posizione e hanno rivelato quello che sanno fare meglio: ignorare quando serve, prendere posizione su temi insignificanti, ridicoli e circoscritti ed evitare accuratamente avvenimenti e vicende importanti - vedi l'assassinio di giornalisti come Daphne Caruana Galizia e di tanti altri.


domenica 29 marzo 2020

Dopo niente è più lo stesso





Sono uno dei tanti liberi professionisti che sta lavorando a ritmi ridotti da casa e la situazione mi fa pensare a tante cose. Come me, un esercito di persone e una moltitudine di famiglie attraversano questo periodo difficile senza certezze con la sola speranza che passi presto.
La nostra categoria è spesso composta di “invisibili” che lavorano in modi poco comprensibili dalla maggioranza degli italiani.
Accusati in genere di evadere il fisco sistematicamente – anche se multinazionali come Amazon, FCA o Apple in Italia pagano in proporzione meno tasse di un professionista come me.
Molti sono pronti ad incazzarsi se non ottengono lo scontrino del caffè ma poi acquistano dalla grande distribuzione che con giri di fatture tra consociate, sedi fiscali all’estero e conti pilotati, riesce a versare allo stato percentuali risibili dei suoi giri d’affari.
Ormai in qualsiasi ambiente lavorativo è possibile trovare “invisibili” come noi – (fabbriche dove gran parte della manodopera specializzata è a partita iva, ristoranti e alberghi, società di servizi e studi professionali) – che in altri mondi e in altre galassie sarebbero soltanto dei semplici dipendenti.
Se avete mai letto i dati ufficiali sull’evasione fiscale vedrete che chi “si dimentica” di pagare il bollo dell’auto, chi ha intestato a figli e parenti la seconda casa, gli ordini religiosi che gestiscono strutture alberghiere, le finte compravendite e le società di comodo fanno più di gran lunga più danni della nostra categoria.
Quelli come me quando non pagano tasse tributi e balzelli vari, sono comunque costretti a farlo prima o poi – magari a rate – se vogliono continuare a lavorare.
In realtà quello che versiamo allo stato è gran parte delle entrate liquide e subito disponibili per le pensioni - che noi non riceveremo mai - per i servizi indispensabili, per la sanità e per tutte quelle cose che assicurano la sopravvivenza immediata del nostro paese.
La politica ha sempre trovato in categorie come la nostra un comodo bancomat per evitare di varare riforme fiscali serie ed efficaci.
Destra, centro e sinistra hanno sempre ignorato i nostri problemi e tutti i “nuovi” politici che si sono proposti agli elettori nel corso di questi ultimi anni, hanno chiacchierato parecchio su questo argomento ma poi hanno fatto poco e male, sicuri che comunque avremo dovuto silenziosamente continuare a pagare per esistere.
Oggi la speranza è che questo periodo passi presto con meno danni possibili per tutti e che questa tragedia ci dia occasione per ripensare e cambiare tante cose – se riuscissimo a capire che ci si sta presentando una grande opportunità per cambiare, tutto questo avrebbe un senso.
Se invece ritorneremo allo status quo saremo destinati ad una lenta e penosa estinzione.


domenica 22 marzo 2020

Finalmente una cosa bella



Cubani, vietnamiti oltre che cinesi e russi hanno inviato medici e materiali per aiutarci nell’emergenza. Quelli che sono in genere considerati i paesi “no”, brutti, sporchi e cattivi si sono mossi senza esitazioni.
Viceversa la nostra beneamata Europa si è presentata subito con le frasi infelici della Lagarde – (che per inciso hanno fatto crollare immediatamente le borse favorendo i guadagni di gruppi di speculatori) -   e con molti dei suoi paesi membri che come prima cosa hanno pensato bene di bloccare aiuti e materiali medici a loro vantaggio e poi hanno pensato (ma solo pensato) a misure comuni per combattere la pandemia.
La repubblica ceca con il suo governo, osannato a suo tempo da Salvini e Meloni, ha pensato bene di appropriarsi di materiali e supporti sanitari destinati a noi con una mossa degna dei peggiori banditi di strada. 
Dopo questa tempesta che mi auguro passerà presto, entreremo in una crisi economica senza precedenti – spero che potremo affrontarla con le idee precise, avendo finalmente chiaro chi lavorerà con noi per il benessere comune e chi no.
E dovremo anche ripensare al concetto di “beni comuni” – fino ad ora ci siamo sacrificati per salvare banche e gruppi finanziari e chi si occupa dell’economia dell’Europa unita, da tempo è espressione diretta della finanza privata che ha dimostrato di essere molto poco interessata al benessere delle persone – l’esempio greco è lampante.
L’idea di un’Europa senza frontiere è bellissima – spostarsi liberamente, studiare in altri paesi, muovere merci senza dazi e senza intoppi burocratici è sicuramente una grande cosa ma fino ad oggi stiamo pagando veramente troppo.
Abbiamo pagato per costruire distretti industriali in altri paesi e molte delle nostre industrie hanno potuto delocalizzare la produzione chiudendo fabbriche in Italia.
Quelle risorse, se erogate direttamente qui da noi, avrebbero potuto evitare tutto questo. Anche gli accordi economici che non hanno fatto altro che prestarci soldi che avevamo già versato all’Europa mi sembrano una colossale stupidaggine.
Abbiamo dovuto ridurre molte delle nostre produzioni agricole per aderire a dei patti scellerati firmati da politici che spesso non sanno neanche di che si parla e chi pagherà per le loro decisioni.
In realtà questa Europa è servita soltanto ad alcuni paesi per poter prevaricarne altri e per sottometterli. 
La Germania è un classico esempio – ha avuto condonati quasi tutti i debiti di guerra e ha avuto un trattamento di favore per potersi risollevare ma ha poi preteso da Italia, Grecia, Portogallo e altri un rigore che ha danneggiato le rispettive economie avvantaggiando la loro.
Un’economia che pretende rigore dagli altri ma poi falsifica i dati delle emissioni dei diesel o protegge banche che andrebbero chiuse per aver venduto per anni titoli tossici e per aver proposto ai clienti investimenti al limite della truffa.
E ora, anche i politici che dovrebbero rappresentarci sono divisi tra una fede cieca e ottusa in questa Europa e un sovranismo de “noantri” fatto di chiacchiere, assenze (tanto lo stipendio da europarlamentare arriva comunque) e un’opposizione di facciata fatta tutta sui social con solenni bufale e falsità ma non dove sarebbe realmente necessaria.
La speranza è che attraverso questa crisi - che sarà lunga e dolorosa per noi tutti – possiamo finalmente aprire gli occhi e smetterla di giocare e iniziare a pensare.



sabato 21 marzo 2020

Tutti a casa




In questi giorni passati chiuso in casa penso a tante cose e come molti, cerco di trovare un senso a quello che sta succedendo.
Confesso che dopo i primi giorni in cui leggevo per ore e sentivo di tutto, ora cerco di capire come sarà la vita dopo questa pandemia e neanche leggo più la quantità di post e di articoli che sui social e sui media escono a getto continuo.
Sicuramente niente sarà più lo stesso – spero che in tutti ci sia un ripensamento di quello che è stato il nostro modo di vivere fino ad oggi.
Nei canali di Venezia è ritornata acqua limpida e sono tornati i pesci e i delfini sono ritornati ad affacciarsi al Lido e fuori i canali.
In tutte le grandi città il blocco forzato ha finalmente ridotto l’inquinamento atmosferico a valori mai misurati da anni.
Qui da me l’albero davanti casa è pieno di uccelli e l’odore dei gas di scarico e il chiasso della movida sono già diventati un ricordo.
Il mondo va avanti anche senza il nostro contributo e forse, va avanti anche meglio.
Non è tempo di polemiche – ormai quello che è fatto è fatto – ma sono contento che ci siamo accorti, anche se in colpevole ritardo, dell’importanza della sanità pubblica, del rispetto delle regole e dell’importanza del lavoro di tante persone che fino a poco tempo fa erano invisibili ai più.
Medici, infermieri, trasportatori, personale delle pulizie, operatori sanitari e tanti altri che stanno lavorando per noi con turni massacranti e spesso, con retribuzioni da fame.
Abbiamo dato per scontato tante cose, soltanto adesso sono riuscito a capire a fondo i racconti di mia nonna che appena adolescente, aveva vissuto l’epidemia di spagnola dopo la prima guerra mondiale e non l’aveva affrontata chiusa comodamente a casa con internet e tv ma da sola con altri bambini e ragazzi lavorando nei campi. Erano storie che non capivo e che mi sembravano tanto lontane e quasi irreali.
Poche generazioni sono bastate a cancellare quello che nelle nostre vite è realmente importante e non riesco a capire quelli che continuano a mettere a repentaglio la loro vita e la vita degli altri – neanche mi indigno più – sentendoli, con le loro scuse fantasiose e con le loro penose giustificazioni quando vengono pescati allegramente in giro, neanche li capisco – è come se parlassero un’altra lingua, come se venissero da un altro pianeta.
Quello che manca è la capacità di cambiare, anche nelle piccole cose - ora vedo questa massa di imbecilli che non riesce a rinunciare neanche all’uscita con gli amici o alla passeggiata nei centri commerciali, che “interpretano” all’italiana le norme e le raccomandazioni con il solito atteggiamento da furbetti fichi, come se fossero invulnerabili e come se gli altri non esistessero.
Questi atteggiamenti mi mettono paura e mi preoccupano; chi non si sa adattare, chi vede soltanto il suo piccolo mondo e le sue esigenze è destinato a scomparire – in natura è così da sempre ma ora non tutti lo capiscono.

martedì 31 dicembre 2019

Buon Anno



Una pericolosissima professoressa di greco ora in pensione, è finita in galera. Con insolita rapidità, solerzia ed efficienza, la giustizia ha fatto il suo corso.
Nel silenzio ovattato di fine anno una terribile attivista no-tav è ora in prigione e tutti ci sentiamo più tranquilli e al sicuro.
Garantisti, progressisti, intellettuali e giornalisti troppo presi dal capodanno stanno bellamente ignorando l'accaduto forse sollevati dal fatto che un pericolo pubblico come Nicoletta non possa più nuocere.
Se poi operazioni contro la criminalità organizzata come quella intrapresa nei giorni passati vengono ignorate, pazienza ... mica si può fare sempre tutto ...
Buon Anno a chi era partito con Gino Strada alla sanità e Gratteri alla giustizia e poi è finito a leccare il culo a Salvini prima e a Zingaretti poi.
Buon Anno a chi era contro opere inutili come la tav e poi ha cambiato idea. 
Buon Anno a chi non voleva gli F35 ma poi li ha ritenuti indispensabili. 
Buon Anno a chi gestisce le autostrade e a chi gestisce i trasporti pubblici come se fossero bancomat privati. 
Buon Anno a chi ha svenduto scuola, sanità e lavoro.
Buon Anno a chi ha fatto del voto "utile" una religione facendo finta di non vedere come siamo finiti.
Buon Anno a chi pensava di cambiare il mondo ma poi ci si è trovato benissimo.
Buon Anno a chi ci ha creduto. 
Buon Anno a chi ci crede ancora. 

sabato 13 luglio 2019

Daphne


Il 16 ottobre 2017 un attentato con il semtex metteva fine alla vita di una giornalista maltese – Daphne Caruana Galizia. Una bomba nella sua auto in perfetto stile mafioso metteva a tacere una delle poche voci libere della stampa dell’isola di Malta.
Daphne, reporter e blogger , aveva reso noti i collegamenti di politici di spicco maltesi nell’affare Panama Papers analizzando con attenzione il giro mondiale di corruzione e i percorsi che hanno portato persone apparentemente insospettabili ad accumulare fortune in diversi paradisi fiscali.
Il suo popolare blog  “Running Commentary” dal 2008 prendeva di mira con inchieste precise e puntuali il sistema di corruzione legato al traffico di valuta e alle agevolazioni fiscali maltesi.
Quindici giorni prima dell’attentato aveva denunciato alla polizia di essere stata ripetutamente oggetto di minacce – dopo l’esplosione che ne ha provocato la morte le indagini sono ancora sostanzialmente ferme; anche se sono state arrestate tre persone accusate di essere gli esecutori materiali dell’attentato tutto sembra essersi limitato a questo – sui nomi dei mandanti buio assoluto.
I maltesi continuano ad accendere candele e a lasciare biglietti e dediche sul luogo dell’attentato che la polizia rimuove quotidianamente come se  la memoria dell’accaduto potesse essere cancellata.
Il figlio Matthew e il consorzio internazionale dei giornalisti investigativi– ICIJ – cercano di proseguire la ricerca della verità e dei mandanti. 
Una cosa positiva è che molti giornalisti e diverse testate hanno dato vita al Progetto Daphne, un’inchiesta internazionale coordinata per proseguire il lavoro investigativo iniziato da Daphne Caruana Galizia.
Per la prima volta dal 2016 gli oltre 2 terabyte di dati dei Panama Papers sono stati analizzati in modo approfondito e organico da decine e decine di giornalisti e di ricercatori e solo grazie a questo, iniziamo  ad avere ora un’idea precisa dei paradisi fiscali e di come sistemi di corruzione ad essi legati hanno coinvolto politici di mezzo mondo.
Nomi, importi, mandanti e beneficiari di un sistema di malversazione che sembra non avere confini, sono una delle notizie più sconvolgenti degli ultimi anni ma la stampa e l’informazione nostrana sembra non essersi accorta di niente forse troppo occupata a diffondere veline compiacenti o a rincorrere fake news. 
Non troverete un gran numero di articoli o di inchieste sui Panama Papers sui giornali italiani e la storia, nonostante il coinvolgimento di politici di casa nostra, sembra essere stata dimenticata in fretta, troppo in fretta.
L’indice sulla libertà di stampa compilato da Reporter senza frontiere e la classifica di Freedom of the Press classificano l’Italia ormai da anni, come un paese dove libertà, correttezza dell’informazione e indipendenza di giudizio sono praticamente quasi assenti.



sabato 5 gennaio 2019

Apple



La notizia che in questi giorni occupa le pagine dei giornali finanziari e le rubriche specializzate delle tv è quella delle previsioni di bilancio della Apple che da ottobre indicano una perdita di 450 miliardi di dollari – per intenderci il valore di Facebook.
Giovedì 3 gennaio, quando le stime di bilancio sono state rese pubbliche il prezzo delle azioni Apple è sceso del 9,96%.
L’ad Tim Cook si troverà in una situazione che forse avrebbe preferito non vivere e che ricorda moltissimo quella di J. Sculley, l’amministratore in carica prima del ritorno al timone di Jobs nel 1996.
Ufficialmente le previsioni del ribasso sono state motivate dalla guerra economica in atto con la Cina e dalla saturazione dei mercati ma il parallelo con quello che successe all’Apple negli anni ‘90 è inevitabile.
La questione cinese è probabilmente un paravento che nasconde altri motivi e ben altre difficoltà.
Prodotti che hanno forse perso il loro sex-appeal, innovazioni non più così evidenti e prezzi piuttosto alti potrebbero essere la causa di queste previsioni al ribasso.
IPhone e IPad non rappresentano più l’eccellenza tecnologica come nel 2007 e il segmento dei laptop e dei server propone devices molto eleganti ma un po’ datati e destinati a ritornare in una nicchia di mercato che potrebbe non avere più i grandi numeri ai quali eravamo abituati.
In Apple si è creata una atmosfera simile a quella presente in altre aziende tecnologiche; il desiderio di sfruttare commercialmente prodotti di punta il più a lungo possibile ha fatto passare in secondo piano il fatto che più che al singolo prodotto, Apple deve i suoi  numeri all’innovazione.
Se questa manca per troppo tempo, tutto si perde nei meandri del mercato e nuovi concorrenti occuperanno spazi sempre più vasti in tempi brevi.
L’information technology in realtà quasi mai vende i singoli prodotti per quello che sono ma per quello che riescono a cambiare nelle nostre abitudini e nei nostri modi di vita.
Mac, IPod, IPhone, Apple TV e tante altre cose uscite da Cupertino prima ancora che cose da vendere sono state tecnologie che hanno cambiato il modo di vivere e di comunicare - ora quest'onda di innovazione sembra essersi fermata; probabilmente non è così ma la percezione generale è questa e sta causando un ribasso economico che altre aziende, americane e non, vedono con preoccupazione.
Per molti addetti ai lavori è sempre stato chiaro che tecnologia e innovazione devono procedere di pari passo ma i dipartimenti finanziari spesso cercano di vendere prodotti tecnologici come fossero detersivi da supermarket e i risultati sono questi - finita la novità le vendite ristagnano e la concorrenza aumenta.
La capacità di vedere oltre e di immaginare è l'ingrediente del cambiamento - anche quando non da luogo a ricavi immediati - l'esempio di Elon Musk è illuminante. Anche se Tesla ancora non ha conquistato vette di mercato significative ha dettato nuove regole e ha messo in moto ricerche e tecnologie alle quali tutti i competitor dovranno adeguarsi.
La stessa cosa è successa – con le ovvie differenze – nel polo tecnologico italiano. Mancanza di convinzione, assenza di pianificazione concertata, ricerca ridotta al lumicino hanno fatto si che l’Italia abbia commercializzato il primo mainframe a stato solido, una delle prime calcolatrici programmabili e ora importi anche i componenti elettronici più semplici. Una classe di industriali pavidi e ansiosi di giocare sul sicuro poi ha fatto terra bruciata di molte realtà che avrebbero potuto diventare interessanti – ormai da anni siamo fuori dai giochi; sopravvivono e prosperano alcuni soggetti di nicchia che grazie al lavoro duro, alla testardaggine e alle competenze riescono a realizzare cose interessanti anche per il panorama internazionale.
Mi piacerebbe che fossero prese ad esempio e che si potesse ripartire da qui.




sabato 11 agosto 2018

Social e internet


Nei giorni scorsi ha fatto scalpore sui media un pamphlet di Jaron Lanier - “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”.
Scritto in modo solo apparentemente trasandato e spigoloso, è un’accusa al business che è dietro i social e all’uso che i gestori fanno delle informazioni degli utenti.
Non è un’accusa alle rete o ai social in quanto tali, ma è una constatazione fredda e precisa di come la possibilità di influenzare milioni di persone, costruire notizie ad arte e sostenere argomenti e tesi non provati sia diventato un business globale e pericoloso.
Lanier, pioniere della realtà virtuale, sviluppatore software per Google e Microsoft, critica la progressiva omologazione degli utenti della rete e la riduzione significativa della libertà di scegliere di essere eventualmente “fuori dal coro”.
Sotto accusa è la semplificazione massiva, le pubblicità occulte, i tentativi di manipolazione assai frequenti, le notizie completamente false; tutto questo induce gli utenti dei social a pensare che la cultura collettivizzata alla quale hanno accesso sia migliore rispetto ad una esposizione dei fatti e della realtà più analitica, con più voci, approfondita e meno pervasiva.
Lanier già in passato aveva individuato una delle pecche della rete: quella che una quantità smisurata di informazioni si dovesse automaticamente trasformarsi in qualità solo perché condivisa in massa.
In realtà – e ce ne possiamo accorgere leggendo le pagine di wikipedia o facendo un giro sui social – l’eccessiva omologazione ha portato ad una semplificazione della realtà estremamente pericolosa.
Fatti campati in aria, tesi e argomentazioni prive di qualsiasi supporto scientifico e razionale fanno parte del business dell’omologazione influenzata dei social network e hanno creato una sorta di realtà virtuale distante dalla vita reale ma accettata ormai da tutti.
Democrazia e politica da anni sono fatte sui social – un fatto emblematico è la fine ingloriosa dei giornali di partito qui da noi con l’avvento di internet. Ormai la comunicazione e l’elezione stessa dei politici in quasi tutto il mondo è fatta con gli strumenti che i social network mettono a disposizione.
Campagne elettorali, politiche economiche, modi di comunicazione, nuovi linguaggi sono pesantemente influenzati dai linguaggi del cyberspazio.
Scelte che ci coinvolgono cambiando i nostri modi di vivere, sono soggette agli algoritmi di business unit agguerritissime che hanno a disposizione i nostri dati personali, le nostre preferenze e i nostri gusti e sono in grado di pilotarli e di orientarli a loro piacimento e tornaconto.
Il concetto nato con internet che vedeva l’immaginazione collettiva superare in qualità l’immaginazione dei singoli si è scontrato con i modelli economici di chi gestisce la rete con i risultati che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente.
Un altro argomento che Lanier ha segnalato è l’organizzazione e la composizione del lavoro delle aziende che gestiscono i social e i servizi sul web.
In apparenza gruppi di poche persone contribuiscono a fare fatturati stratosferici.
Rispetto alle aziende di produzione tradizionali che impiegano magari migliaia di dipendenti, nel web molto spesso realtà economiche importanti sono composte da poche persone.
Facebook o Instagram sono d’esempio – quello che non consideriamo è che sui social i contenuti li mettono gratis gli utenti; contenuti e conoscenze che non vengono pagati – una forma di sfruttamento evidente ma poco considerato.














Attribuzione foto: Di vanz https://www.flickr.com/photos/vanz/144476323/in/set-72057594131744996/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1707896